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domenica 8 aprile 2012

capitolo 3


Cecio guardò perplesso l’amico Lenticchia canticchiando in rima una canzoncina:
Forse ho mangiato troppo
Ho davvero esagerato
Devo far più attenzione
Visto che allucinazione?

Quattro piatti di lasagne,
tre bistecche e un insalata
e poi frutta e qualche fico
poca cosa, sai amico?

Mai mi era capitato
Di sentir parlare un corvo
Non sarà la digestione
Che mi da sta sensazione?

La cornacchia riprese poi a parlare:
“Voi direte: che c’è di strano? Bhe di strano c’è il fatto che questa lupa aveva con sé due gemelli e li allevava come se fossero suoi cuccioli.”
“Ah si! – disse Lenticchia dando una leggera gomitata a Cecio – è la lupa che allattò Romolo e Remo, ne abbiam sentito parlare, vero Cecio!”
Cecio sgranò gli occhi annuendo, sebbene avesse sentito parlare di Romolo e Remo, ma tutto il resto, della storia della lupa e del fico gli sembrava solo un vago ricordo di scuola.
“Immagino che a scuola vi abbiano parlato dei fondatori dell’antica Roma e se avete un po’ di pazienza vi racconterò la storia per intero.” – disse il corvo.
Lenticchia e Cecio si sedettero ai piedi dell’albero e rimasero in ascolto.
“C'era una volta un re di nome Numitore. Era un re buono e giusto e regnava ad Albalonga. Egli aveva un fratello, Amulio, invidioso del suo potere e del suo consenso presso il popolo. Amulio ambiva a prendere il suo posto e per raggiungere il suo scopo, fece imprigionare Numitore costringendo Rea Silvia, la figlia di lui, a farsi sacerdotessa presso il tempio di Marte, cosicché non potesse avere eredi. 

Un giorno, Marte, il dio della guerra, vide la bella Rea Silvia e se ne innamorò. Poco dopo a Rea Silvia ebbe due gemelli. Saputa la notizia Amulio, andò su tutte le furie e ordinò che i due gemelli venissero immediatamente uccisi. Il servo incaricato di quel compito, non ebbe il coraggio di commettere un delitto così grave: prese allora una cesta di vimini e vi adagiò i due gemellini, abbandonandoli sulle acque del Tevere, con la speranza che qualcuno li salvasse.”
 
La cornacchia saltò su un ramo più alto e poi tornò nuovamente a raccontare.
“Le acque impetuose del Tevere trasportarono la cesta coi due neonati fino ai piedi di un grande fico, proprio alle falde del colle Palatino.
La sera scendeva lentamente e a poco a poco le acque del fiume si ritirarono. La riva si popolò di animali venuti lì a bere. Anche i neonati avevano sete e fame. Si svegliarono, ma nessuno si avvicinò nel sentire i loro pianti.
Proprio nel momento in cui si levava in cielo la grande stella della sera, una lupa si avvicinò al fico. Essa bevve l’acqua del fiume, e sentì i vagiti dei due sfortunati gemellini. Si avvicinò a loro molto cautamente, e come se fossero stati due lupacchiotti, li trasportò uno dopo l’altro nella sua tana. 
Per diversi giorni la lupa si prese cura di loro, sfamandoli col suo latte e scaldandoli con la sua morbida pelliccia.


[continua]



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