Benvenuti sul sito di Tino ROBOT... scopri tutte le sue fantastiche storie e ascolta le sue canzoni...

domenica 15 aprile 2012

capitolo 6


Cecio non fece in tempo a spostarsi e il fico lo colpì proprio sulla testa.
Ehi ma che scherzi son questi, uccellaccio che non sei altro!” urlò.
Diciamo che era un premio di consolazione! – rispose la cornacchia – son sicuro che non sareste stati capaci di rispondere a nessuna delle mie domande, ad esempio, mi sapete dire perché si dice non è più tempo che Berta filava?
I due ragazzi si guardarono perplessi per qualche istante. Nessuno dei due l'aveva mai sentita prima e perfino Lenticchia non sapeva cosa rispondere.
Grack, grack… lo sapevo, lo sapevo…” gracchiò la cornacchia “nessuno sa mai rispondere a questa domanda. Dunque, miei cari ragazzi, dovete sapere che al tempo dell’antica Roma, c’era una donna di nome Berta che non faceva altro che filare. 

Una volta, mentre stava filando, seduta sul bordo della strada, vide passare l’imperatore Nerone.


Questi si fermò, forse interessato alla somiglianza tra la donna e l'immagine delle Parche, le divinità filatrici che tessono il filo di ogni vita umana, e Berta vedendolo gli disse: - Che gli dei, o Cesare, ti portino salute e gloria per altri mille anni!”. Nerone, rimase stupito che c’era qualcuno che gli augurasse di vivere così a lungo e rispose: - E per qual motivo mi dici così, donna?
Per la semplice ragione che dopo un re cattivo ne vien sempre uno peggiore.” - gli rispose Berta.
"Donna, vieni domani nel mio palazzo e porta tutto il lino che hai filato da adesso fino a domani mattina. Non te ne pentirai" - gli rispose Nerone ed altro non disse e se ne andò.
E così fece Berta. Il giorno dopo si presentò alla Domus Aurea, la dimora imperiale di Nerone e gli consegnò il filato. Nerone prese il gomitolo e lo consegnò a un servo dicendogli di dare alla donna tanti terreni quanti ne poteva contenere il filo di lino. Berta, tutta contenta, se ne andò e da quel giorno diventò tanto ricca che non ebbe più bisogno di filare.
Quando la notizia si diffuse per Roma, tutte le donne si presentarono dall’imperatore lodandolo in mille modi sperando di esser ricompensate come Berta, ma a tutte quante Nerone rispondeva: “Non è più il tempo che Berta filava!”

Non è più tempo
Che Berta filava
Non è più tempo di raccontar…
Non è più tempo
Che Berta filava
Ora sapete anche il perché…
Non è più tempo
Che Berta filava
Forse domani ritornerò…
  
E così cantando la cornacchia spiccò il volo, mentre i due ragazzi increduli la osservavano compiere un giro sopra il fico per poi sparire alta nel cielo. “Grack, grack, grack” furono le sue ultime parole prima di sparire alla vista dei due ragazzi nell'azzurro del cielo.


Cecio e Lenticchia si guardarono ancora un po’ increduli. Saltarono in sella alle loro biciclette e ripresero la strada fischiettando la canzone che la cornacchia aveva appena cantato loro.
Forse è meglio che mi metta a dieta” – disse Cecio ripensando alla cornacchia – “mangiare troppo fa male alla digestione e può fare brutti scherzi, come quello di sentir parlare una cornacchia”.
Lenticchia non disse nulla, e alzandosi sui pedali superò l’amico di slancio, e mentre lo superava gli gridò con aria di sfida: “Numa Pompilio, o Tullio Ostilio, corri veloce che tanto ti piglio!”.

 Filastrocca della cornacchia
Salta su un ramo, e canta e gracchia
Racconta storie del tempo che fu
Basta ascoltarla e impari anche tu…
Filastrocca dei sette colli
Sali e scendi e non barcolli
Celio, Aventino e l’Esquilino
Poi il Campidoglio e il Palatino
Filastrocca dei sette colli
Contali bene ne mancano due
I più importanti da ricordare
Il Viminale e il Quirinale…

 [FINE]

venerdì 13 aprile 2012

capitolo 5


Dopo il battibecco con Cecio la cornacchia riprese il racconto, tornando nuovamente ad appoggiarsi su un ramo: 
“Romolo e Remo che fino a quell’epoca avevano sempre vissuto all’aria aperta occupandosi delle greggi, un bel giorno andarono dal nonno e gli dissero: ”Noi abbiamo trascorso tutta la nostra vita a custodire le greggi nella valle del Tevere e difficilmente potremmo abituarci a vivere qui il resto dei nostri giorni. Preferiamo fondare una nuova città là dove abbiamo passato la nostra infanzia: vicino al nostro fico.”
Numitore esaudì la richiesta dei nipoti, concedendo loro un immenso territorio nella valle del Tevere.
Remo voleva che la città portasse il suo nome, mentre Romolo avrebbe voluto che portasse il suo e naturalmente entrambi volevano esserne il re.”

E come fecero a decidere chi sarebbe stato il re?” intervenne ancora una volta Lenticchia.

La questione non è del tutto chiara” - rispose la cornacchia, dandosi un sacco di arie da gran sapientone - “A quanto è dato sapere i due gemelli stabilirono che sarebbero stati gli dei a decidere: Romolo sarebbe salito sul colle Palatino, mentre Remo sarebbe andato sull’Aventino e chi di loro avesse visto il maggior numero di uccelli sarebbe stato il re.
Remo avvistò sei avvoltoi, mentre Romolo ne avvistò dodici e così la questione fu risolta.
Qualche giorno dopo, Romolo aggiogò una mucca e un toro al suo aratro e cominciò a tracciare un largo solco1 attorno al Palatino. Era il 21 Aprile, 753 anni prima che nascesse Gesù Cristo.
Remo, che aveva osservato il fratello con curiosità e invidia, si avvicinò al solco e chiese con aria di sfida: “Che cosa stai facendo? Forse il fossato che circonderà la nostra futura città?”.
Sì, sarà il fossato” rispose Romolo “aldilà di questo fossato, costruirò delle mura così alte e possenti che nessun nemico potrà mai usurparle!”.
Remo scoppiò a ridere e con una salto superò il fossato. “Sei troppo presuntuoso, fratello! Guarda com’è facile superare il tuo fossato e le tue mura!”.
Romolo fu preso da una collera selvaggia e in un raptus di follia si avventò sul fratello. E durante quella colluttazione Remo, purtroppo, morì. Quando Romolo si rese conto di ciò che aveva fatto fu colto da rimorsi che lo perseguitarono per tutta la vita, e governò la città in modo saggio. Poi un giorno, durante un temporale, scomparve, rapito in cielo dal dio Marte.”

Grack, grack, grack, ditemi la verità, nessuno ve l’aveva mai raccontata così, vero? - gracchiò la cornacchia - Dopo Romolo, la città di Roma si sviluppò fino a diventare quella grande città che tutto il mondo conobbe… “

Dei sette re, e dei sette colli
Cerca la rima e farai prima
Romolo il primo, che la fondò
Fin quando Marte se lo portò…
Numa Pompilio, con visibilio
Fu per secondo e molto cambiò
Tullio Ostilio fu un re condottiero
Vinse gli albani e il senato creò
Anco Marcio per quarto salì
Fece un gran porto e a tutti servì
Tarquinio Prisco, lo preferisco
Fece le strade, le piazze e i palazzi
Servio Tullio mi piace di più
Dette le leggi alla servitù
Tarquinio il superbo ultimo fu
Era un tiranno che dirvi di più…

La cornacchia saltò sul un ramo più alto e con un colpo secco del becco staccò un fico:
Attenzione fico in arrivo, spostarsiiiii!” gracchiò la cornacchia.



[continua]
________________________________________________________

1 Questo solco è chiamato Pomerio, e rappresenta il limite ultimo della città, oltre la quale non si poteva accedere armati, né con eserciti. In età repubblicana questo limite venne spostato fino al Rubicone.

mercoledì 11 aprile 2012

capitolo 4


Vicino alle rive del Tevere, non molto lontano dalla tana della lupa, abitavano un vecchio pastore di nome Faustolo e sua moglie Laurenzia. Una sera, stando sulla porta della capanna, udì al limitare del bosco un fruscio. Insospettito disse alla moglie di aspettarlo e avanzò cauto verso le rive del fiume e dietro un cespuglio vicino a un albero di fico, vide la lupa sdraiata sul fianco e i due bambini che si nutrivano del suo latte.
Per un istante pensò ad un presagio degli dei, ma poi tornò alla capanna e raccontò tutto a sua moglie. Ovviamente nemmeno la moglie gli credette, e dovette quasi trascinarla fino al fiume per convincerla di quanto aveva visto. La lupa era ancora stesa ad allattare i due gemelli e così Fàustolo e Laurenzia li portarono alla loro capanna.
Fàustolo gli diede il nome di Romolo e Remo ed essi lo rispettavano come un padre.”
E la lupa che allevò i gemelli?” disse Lenticchia sdraiandosi sul prato.
Uhm, avevo intuito che fossi un ragazzo curioso” gli rispose la cornacchia “Buon per te, la curiosità è una grande virtù, se ben coltivata.”
La lupa continuò a girovagare per un certo periodo nei pressi della casa dove i due gemelli crescevano, e di quando in quando li seguiva da lontano nelle loro scorribande nel bosco. Una volta cresciuti, Romolo e Remo vennero a conoscenza della loro storia e decisero di tornare ad Albalonga per far giustizia di Amulio.
Convocarono tutti i pastori della zona, attaccando con il loro la città. Ebbero facilmente ragione delle guardie di Amulio ed irruppero nel palazzo reale, restituendo il trono al nonno Numitore.”
Cecio si alzò in piedi cercando di abbassare un ramo per prendere un fico, ma la cornacchia gli svolazzò attorno scompigliandogli i capelli.
Eh no, amico mio i piatti sono piatti, ma che dico…. i patti sono patti!” gli disse gracchiando con tono canzonatorio la cornacchia.
[Cecio]
Senti, senti sta cornacchia
Mi vuol far la ramanzina
Qui c’è un sacco da mangiare
Ma perché devo ascoltare…

[cornacchia]
Ah, ma senti che insolente
Sembra non ti importi niente
Di imparare ed ascoltare
Pensi solo al tuo mangiare…


[Cecio]
Insolente? ma che dici?
M’interessa e molto assai
Volentieri avrei ascoltato
Con le orecchie e col palato…


[cornacchia]
Un bel fico, bel maturo
Che gran gusto di sicuro
Certo, certo tu lo vuoi
Ma ahimè ora non puoi! 


[continua] 

domenica 8 aprile 2012

capitolo 3


Cecio guardò perplesso l’amico Lenticchia canticchiando in rima una canzoncina:
Forse ho mangiato troppo
Ho davvero esagerato
Devo far più attenzione
Visto che allucinazione?

Quattro piatti di lasagne,
tre bistecche e un insalata
e poi frutta e qualche fico
poca cosa, sai amico?

Mai mi era capitato
Di sentir parlare un corvo
Non sarà la digestione
Che mi da sta sensazione?

La cornacchia riprese poi a parlare:
“Voi direte: che c’è di strano? Bhe di strano c’è il fatto che questa lupa aveva con sé due gemelli e li allevava come se fossero suoi cuccioli.”
“Ah si! – disse Lenticchia dando una leggera gomitata a Cecio – è la lupa che allattò Romolo e Remo, ne abbiam sentito parlare, vero Cecio!”
Cecio sgranò gli occhi annuendo, sebbene avesse sentito parlare di Romolo e Remo, ma tutto il resto, della storia della lupa e del fico gli sembrava solo un vago ricordo di scuola.
“Immagino che a scuola vi abbiano parlato dei fondatori dell’antica Roma e se avete un po’ di pazienza vi racconterò la storia per intero.” – disse il corvo.
Lenticchia e Cecio si sedettero ai piedi dell’albero e rimasero in ascolto.
“C'era una volta un re di nome Numitore. Era un re buono e giusto e regnava ad Albalonga. Egli aveva un fratello, Amulio, invidioso del suo potere e del suo consenso presso il popolo. Amulio ambiva a prendere il suo posto e per raggiungere il suo scopo, fece imprigionare Numitore costringendo Rea Silvia, la figlia di lui, a farsi sacerdotessa presso il tempio di Marte, cosicché non potesse avere eredi. 

Un giorno, Marte, il dio della guerra, vide la bella Rea Silvia e se ne innamorò. Poco dopo a Rea Silvia ebbe due gemelli. Saputa la notizia Amulio, andò su tutte le furie e ordinò che i due gemelli venissero immediatamente uccisi. Il servo incaricato di quel compito, non ebbe il coraggio di commettere un delitto così grave: prese allora una cesta di vimini e vi adagiò i due gemellini, abbandonandoli sulle acque del Tevere, con la speranza che qualcuno li salvasse.”
 
La cornacchia saltò su un ramo più alto e poi tornò nuovamente a raccontare.
“Le acque impetuose del Tevere trasportarono la cesta coi due neonati fino ai piedi di un grande fico, proprio alle falde del colle Palatino.
La sera scendeva lentamente e a poco a poco le acque del fiume si ritirarono. La riva si popolò di animali venuti lì a bere. Anche i neonati avevano sete e fame. Si svegliarono, ma nessuno si avvicinò nel sentire i loro pianti.
Proprio nel momento in cui si levava in cielo la grande stella della sera, una lupa si avvicinò al fico. Essa bevve l’acqua del fiume, e sentì i vagiti dei due sfortunati gemellini. Si avvicinò a loro molto cautamente, e come se fossero stati due lupacchiotti, li trasportò uno dopo l’altro nella sua tana. 
Per diversi giorni la lupa si prese cura di loro, sfamandoli col suo latte e scaldandoli con la sua morbida pelliccia.


[continua]



venerdì 6 aprile 2012

Capitolo 2


La cornacchia saltellò ancora un paio di rami più in basso in modo da farsi vedere bene dai due ragazzi. “Se volete mangiare qualche fico, dovete prima rispondere a qualche indovinello, altrimenti niente da fare!”
“E tu chi credi di essere per darci degli ordini?” controbatté Lenticchia.
“Già, ben detto amico mio, chi credi di essere” ribadì Cecio appoggiando le mani sui fianchi con aria di sfida.
“Grack, grack, grack, che paura! – gracchiò il corvo – Non avrete intenzione di prendervela con una povera cornacchia, o forse avete più paura di perdere la sfida?”

Mi chiamo Gracchio,
e tutto il dì, gracchio
Si, Caio Gracchio,
come il romano gracchio...
Si, Caio Gracchio,
gracchio e son cornacchio…

Di questo fico, sono il guardiano
Fino dai tempi di quella lupa
Di questo fico, sono il guardiano
E’ da quei tempi che vivo qui…!

Son tante cose, in rima e in prose
Se non ci credi, basta che chiedi…
Venne un bel dì a riposar
Con due gemelli piccoli e belli...

Mi chiamo Gracchio,
e tutto il dì, gracchio
Si, Caio Gracchio,
come il romano gracchio
Gracchio, gracchio
e son cornacchio...
 

“Paura noi? Ma senti che arrogante!” - rispose Cecio - “piuttosto raccontaci cos’è questa storia di cui tanto ti vanti, guardiano di un fico? Fin dai tempi della lupa?”
“Grack, grack, certo che si” – rispose la cornacchia – è da sempre che faccio la guardia a questo fico, ogni corvo ha un fico a cui fare la guardia non lo sapete?”.
“La leggenda vuole che un giorno sotto al fico di un mio bis, bis, bis, bis, bis-nonno, si fermò una lupa a riposare.
1


[continua]
____________________________________________________
1 Plinio il Vecchio scrive che a Roma era venerato un fico cresciuto nel foro imperiale, perché si diceva che alla sua ombra si fosse riposata la lupa mentre allattava Romolo e Remo. Presso le popolazioni latine il fico divenne dunque l'albero fecondatore per eccellenza: col suo legno venivano fabbricati amuleti propiziatori.



giovedì 5 aprile 2012

Cecio e Lenticchia - capitolo 1


Cecio e Lenticchia si erano conosciuti il primo giorno di scuola ed erano diventati amici per la pelle. Forse perché erano così diversi sia nel carattere sia nell’aspetto fisico o forse semplicemente perché abitando nello stesso quartiere, facevano tutti i giorni la stessa strada insieme. 
Fatto sta che erano diventati davvero inseparabili.
Cecio non era molto alto ed era piuttosto rotondetto e per questo era stato soprannominato così. Il suo vero nome era Mario, come suo nonno, ma a lui quel soprannome non dispiaceva affatto. Ispirava simpatia a prima vista ed aveva una gran parlantina. Era quel che si dice un gran burlone e sapeva farsi ben volere da tutti.
“Cecio, Cecio, raccontaci una delle tue barzellette!” lo pregavano sempre i suoi compagni di classe.
Luigi invece lo chiamavano Lenticchia per via delle numerosissime lentiggini che aveva sul volto. Era alto e magro ed era molto taciturno. Al contrario di Cecio raramente lo si sentiva parlare. Era un grande osservatore e all'occorrenza aveva sempre la risposta pronta e state ben certi che in classe, ad ogni domanda della maestra, era tra i primi ad alzare la mano per rispondere.
Entrambi condividevano una grande passione: la bicicletta.

Non avete idea di quanta strada riuscivano a percorrere e di quante gare facessero … e ahimè di quante cadute e ruzzoloni!
Un giorno decisero di fare una gita in bicicletta fuori città, a ruota libera come dicevano sempre loro.
Durante il tragitto si fermarono a riposare sotto un albero di fico posto sul ciglio di una stradina di campagna carico di frutti.
“Che ne dici se ci facciamo una bella scorpacciata di fichi?” – disse Lenticchia scendendo dalla bici.
“Che domande, ma certo! – gli rispose Cecio – Anzi sai che ti dico, faremo a gara a chi ne mangia di più!”
Lasciarono le bici sull’erba e corsero verso l’albero sul quale si era appena posata una cornacchia che li osservava nascosta sui rami più alti.


“Che avete intenzione di fare?” li redarguì l’uccello con voce roca.
Cecio e Lenticchia si guardarono perplessi, chiedendosi a vicenda se fosse stato l’uno o l’altro a parlare.
“Grack, grack, grack, che avete intenzione di fare? – tornò a ripetere la cornacchia gracchiando ancora più forte saltellando sui rami più bassi – E non fate finta di non aver capito che son stata io a parlare! Grack, grack, grack…”
Immaginate un po’ la faccia dei due amici quando si resero conto che la cornacchia stava realmente parlando.
“Beh, noi… “ – risposero i due un po’ intimoriti – “noi… volevamo prendere solo qualche fico!”
“Grack, grack … qualche fico? Sbaglio o ho sentito parlare di una gara?” 
[continua]