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venerdì 18 marzo 2011

Capitolo Dieci: Bella storia, complimenti!

Apre gli occhi Narciso e vede arrivar Danae, tutta sconvolta nel trovarlo così morente.
Con un dito le mostra la fonte e l’immagine che tanto lo inganna. Tende le braccia, muove le labbra, apre gli occhi appena e le fa segno che s’è pentito.
Lei lo guarda, lo capisce, si fa più vicina, senza parlare. Pian piano la vita di lui fra le mani gli sfugge senza nulla poter fare. Danae piange e si dispera e a se lo stringe così forte che a sua volta trattenendo il respiro e l’anima dal suo corpo si fa uscire. Per Amore, così l’ha persa. 



Tutti gli animali del bosco erano come incantati a sentir quella storia tanto triste raccontata dal pavone. L'unica che aveva un'aria del tutto indifferente era la volpe Caterina che altro non faceva che continuar a lustrare la sua coda. Il pavone dopo una pausa riprese a parlare.

E or si guardino gli amanti - disse serio e con tono di sentenza  il pavone - che non abbiano a soffrir allo stesso modo e per la stessa inutile ragione. Ma gli dei, da tanto spreco e tanta mala sorte furono toccati, e là dove il bel Narciso lasciò il suo animo, spuntò un fiore di rara bellezza e qualità, e a quel fiore venne dato nome di Narciso, il più bello tra i più belli dei fiori.


 
Finito il suo racconto il pavone prese a camminare girando intorno alla volpe tenendosi alla larga dal coccodrillo.
“Trai tu dunque la tua morale, cara volpe! – disse il pavone – Loda pure la tua bellezza ma stai attenta a non far del tuo vanto qualcosa che possa un giorno ritorcersi contro di te!”
La volpe ancor poco convinta non stette a pensarci troppo prima di rispondere.
“Bella storia, complimenti! L’hai scritta tu? Si, voglio dire, è farina del tuo sacco, o forse vuoi soltanto spaventarmi?”
E intanto la sua coda continuava a lisciarsi bellamente. “La mia coda è così bella che nessuno al mondo la può eguagliare! E poi senti. – riprese a dire al pavone dando le spalle al coccodrillo – la tua è solo invidia, questo s’è capito!”

Bella storia complimenti
Sempre che l’hai scritta tu!
Ma una cosa l’ho capita
Mi vuoi solo spaventar..
La mia coda è così bella
Che nessun la può imitar
E la tua è solo invidia
Non mi riesci ad eguagliar!

 

Fu allora che il coccodrillo, seccato da tanto menar vanto, senza dir nulla spalancò le fauci e con un balzo in avanti diede alla coda della volpe un gran bel morso.
“Oltraggio! Sacrilegio!”– urlò la volpe cercando di liberarsi dal morso stretto dei denti del bestione. “Lascia subito la mia coda” urlava dolorante.
Ma il coccodrillo proprio non mollava la presa, anzi più lei urlava e più quello stringeva dando dei gran colpi con la coda a pelo d’acqua.
Rideva di lei il pavone spalancando la sua coda dai mille occhi.
“Ecco vedi? – le rispose sghignazzando – Che ti dicevo, mai lodarsi in modo così tanto!”.


Ecco vedi che dicevo
Mai vantarsi così tanto
C’è un proverbio assai noto
Te lo voglio ricordare..
“Chi si loda poi si imbroda
E del male si farà!”

Tira una volta, e tira l’altra, infine la volpe riuscì a liberar la sua coda, ma quando la guardò di quel che era una gran bella coda, lucente e splendida, non restava ormai che un ciuffetto striminzito di peli appena arruffati.
“Giusto, pavone – spalancando le fauci disse il coccodrillo – chi si loda si imbroda!”
Detto questo se ne tornò nelle acque del lago fino a sparire dalla loro vista, e tutto ciò che di lui si vedeva altro non era che al sua lunga coda che muoveva a destra e a sinistra. La povera volpe imparata la lezione, scappò di corsa verso il bosco e da quel giorno nessuno l’ha più sentita vantarsi di ciò che natura le aveva concesso, sebbene col tempo, quei pochi che hanno avuto la fortuna di incontrarla, dicono che la sua coda fosse tornata splendida come un tempo e forse ancora più bella di prima.

“Questa è la storia sire” - disse la serva al suo Re. E la storia terminò.




giovedì 17 marzo 2011

Capitolo Nono: Chi sei tu, Ninfa o Dea?

Narciso, aveva stanato un cervo e per tutto il giorno l’aveva inseguito. Faceva un caldo soffocante perché il sole era già alto nel cielo e quando fu passato mezzogiorno il giovane era tutto riarso: si separa dai compagni e va in cerca d’acqua, tanta era la sete.
Giunse ad una fonte, chiara, dolce e limpida, circondata da una verde erbetta cresciuta tutta intorno.




Quando si abbassa per bere vede la sua immagine riflessa dall’altra parte e non la riconosce. E gli sembra che lo guardi. “Credo che sia una fata del mare, messa a guardia della fonte” – così pensa il bel Narciso.
E più la guarda e più gli piace. Guarda l’immagine riflessa più e più volte: il volto, gli occhi, le mani, e tutto il resto prende a lodare, senza saper dell’inganno che l’acqua trama agli occhi suoi. Loda sé stesso, ma non lo comprende, è la sua bellezza che vede là dentro. E' lui il suo stesso inganno, si  specchia  ma non si riconosce e il suo volto scambia per quello di una ninfa.
“Chiunque tu sia, ninfa o dea, o fanciulla o fata, vieni qui fuori, mostrati" dice Narciso a quel volto riflesso sulle acque e allunga una mano per toccarla.



Ma l'acqua, al suo tocco, s'inquieta e l'immagine sparisce e si lamenta il bel Narciso e sospira, e quell'immagine vorrebbe stringer a sé.
E così chi sol poco prima Amore disprezzava, or si trova in angoscia e pena, e struggimento tali da invocar d’Amor il soccorso.
Che inganno! E più la cerca e con le mani sfiora il velo d’acqua della fonte e più la figura dai suoi occhi scompare e poi riappare, in un gioco crudele che la sua mente offuscata confonde e deride.
“Chiunque tu sia, mostrati. - ripeteva Narciso senza accorgersi che era alla sua immagine che parlava - Non esser così dura con me, da fuggir ogni volta e ogni volta ritornare. Perché scappi, perché ti ritiri, perché non mi parli!”
E quel lamento in dolce musica si trasformò come un canto antico accompagnato dalle acque.


Chi sei tu che con quel viso taci
Ninfa o Dea o forse sei una fata
Vieni, mostrati e parlami
Tendo la mia mano
Scappi e ti ritrai
Io parlo e non rispondi
Non senti i miei sospiri
Non odi i miei lamenti
Perché fai così?

Mentre così parla, e si lamenta, il cuore gli vien meno, sviene tre volte e ormai ha perso la parola.

mercoledì 16 marzo 2011

Capitolo Otto: Che gran villano!


Danae si disperava con le lacrime agli occhi, le gote arrossate dall'ira e dalla delusione. "Misera me! - diceva - Mi ha parlato in modo così villano, e con occhi così pieni di orgoglio eppure così belli, da spezzar in un attimo ogni mia speranza. Ah! Sciagurata, fosse brutto, meno mi peserebbe! E invece ha un viso così dolce e bello. Cosa poteva spiacergli di me, ignobile fellone. Sono la figlia del Re, suo Signore, sono amabile, bella, ho bei capelli, mani delicate e fini. Proprio così, è un villano, spietato e senza cuore!”
Ma di già mentre così lo malediva - continuò a dire il pavone - di quelle parole andava pentendosi, tanta era folle e disperata d’amor per Narciso.
“Ma che vado dicendo? Io l’amo, e ancor di più lo voglio amare. Non m’importa di quel che ha detto. Non posso perderlo, non posso staccarmi dal suo amore. Gli manderò un messaggio e leggendo capirà il suo errore e scusa mi chiederà.”
Così mentre fra sé ragionava e prese a camminar verso il palazzo. Chiusa nella sua stanza il suo struggimento lasciò il passo all’ira e prese ad invocar vendetta agli dei: “Voi dei del cielo e della terra, e dell’aria e del mare. Voi tutti che sapete cos’è l’amore prendete vendetta di colui che mi dà si tanta pena. Fate che conosca cosa sia amore e che non possa aver da amore soccorso e aiuto.”
E’ proprio un gran villano
A respingermi così!
Mi deve del rispetto
Sono la figlia del re.

Ha il cuore come un sasso
E mi disprezza pure
E’ proprio un gran villano
A respingermi così!

Che hanno le mie mani,
le labbra ed il mio viso
la pelle profumata
o il mio bel sorriso!

E’ proprio un gran villano
A respingermi così!
Mi deve del rispetto
Sono la figlia del re.

Ascoltatemi ora
Voi dei dell’Olimpo
Che lui possa in parte
La mia pena sopportar...

Ascoltatemi ora
voi dei dell’Olimpo
che possa sopportare
tutto il male che mi da...

La giovane fanciulla
Già si pente del suo dire
Gli dei or l’hanno udita
E iniziano a tramare..

Che vado vaneggiando
Il mio cuore lui ce l’ha
Mii voglia o mi rifiuti
Non importa per davvero

Ma ormai è troppo tardi
Gli Dei l’hanno ascoltata
E il giovane Narciso
La sua sorte seguirà..


Gli dei silenti l'ascoltano: la sua preghiera sarà presto esaudita - disse il pavone camminando con aria da professore avanti e indietro lungo le sponde del laghetto, dove nel frattempo si era radunata una piccola folla di animaletti in silenzioso ascolto.

martedì 15 marzo 2011

Capitolo Sette: Che vai dicendo?

"Devi esser pazza, a fare discorsi come questi! - disse Narciso – Avresti fatto meglio a restar a dormire. Come hai osato venir sola sin qui!"
Cara fanciulla che stai dicendo?
Forse vaneggi o forse deliri
Certo a casa dovresti tornar.
Non per i boschi sola girar.

Porta rispetto al nome che porti
Fammi un favore lasciami star...
Parli d’amore ma io che ne so
Siam dei fanciulli o figlia del re!

E se l’amore è causa di pena
Ti toglie il sonno e soffrire ti fa
Ti da tormento e gioia ti leva
Bhe, per favore vai via da me.. 

Stupore e lacrime già solcano il viso della povera fanciulla ma Narciso non s’arresta anzi prosegue.
“E’ questo forse il modo d’andar tutta sola per i boschi, per la figlia del re?  Parli d'Amore ma non tocca a te, e meno ancora a me, provar amore né poco né tanto, perché siamo ancora fanciulli. E se tu dici che Amor t’ha preso e ti fa star male, io non ti posso aiutare. Anzi, se vero è che male te ne viene, starò in guardia: non piaccia agli dei ch’io debba soffrir per Amore.“
Tante cose ancora voleva dire Danae, ma nulla uscì dalla sua bocca davanti a un simile rifiuto, lo guardò disperata mentre già lui era lontano.

Il pavone fece una pausa nel suo racconto e prese a lisciare le sue piume. Che strana questa storia pensò la volpe Caterina, chissà dove vuole arrivare questo sapientone. Così sbuffando si mise comoda e attese che il pavone si degnasse di ricominciare.

lunedì 14 marzo 2011

Capitolo Sei: La principessa Danae

Insomma - disse il pavone aprendo e chiudendo la sua coda maestosa - non tirerò la corda tanto lunga più di quanto la corda già non sia di suo.
Dirò solo che la ragazza di lui si innamorò follemente tanto che perse il sonno e l’appetito. E più lo vedeva e più la fanciulla si struggeva nel suo amore.

Un giorno, spinta da quell’irrefrenabile desiderio, apre la porta di casa e per il sentiero s’avvia fino a quel bosco che era nei pressi della città, perché aveva osservato bene dalle sue finestre, era da lì che passava il ragazzo. E lì lo attende e pensa a quel che gli dirà.

 
Core infelice del mio destino
Che cosa sento battere qui?
Quando lo vedo tutta mi scuoto
Sudan le mani, non mangio più...

O dei del cielo, fate la grazia
Così non vivo, non dormo più
Datemi solo un po’ di fortuna
E dolcemente potergli parlar

Sempre mi manca il suo dolce viso
Gli occhi lucenti e il suo sorriso
Sì così bello, giovane e forte
E quelle labbra che vorrei baciar...  

“O Numi – ripeteva la fanciulla – quando arriverà, datemi l’ardire necessario per parlar al suo cuore senza esitare”.
Non passa certo molto tempo quando lo vede arrivare in compagnia degli amici. E lei a nascondersi dietro un albero e li vede passare.
Dietro di loro, nemmeno a farlo apposta, s’attardava il bel Narciso, tutto solo in mezzo alla strada. I suoi compagni erano già lontani già d’un tiro d’arco, e lei allora dal suo albero esce e dritto verso di lui cammina.
Lui la guarda, la vede bella e vedendola alzata così presto all’alba, la scambia per una dea o una fata. Scende da cavallo e la saluta.
La fanciulla senza nulla dire, s’avvicina e prende a baciargli gli occhi e se lo abbraccia. Lui si meraviglia, e domanda chi è e da dove viene. E allora lei, prende coraggio e gli parla del suo amore.
“Signore – dice – non ti rechi noia una misera qual suo io, privata di ogni bene che molto poco stima la sua vita, se tal vita è privata di te, che strazio fai del mio cuor ogni volta che ti vedo. Sono Danea la figlia del re, tuo signore e per Amore ti penso il giorno e la notte ti sogno. E’ Amor che sin qui m’ha scortato e m’ha dato l'ardire di fermarti. Se in te è tutta la mia vita, concedimi, Signore, il tuo amore e toglimi ogni male.”
Narciso d’un passo arretra mentre l’ascolta e ride, la guarda e ride ancora. 

sabato 12 marzo 2011

Capitolo Cinque: La sorte fa i suoi scherzi

Nell’antica città di Tebe - prese a raccontare il pavone tendosi a debita distanza dal coccodrillo - un indovino famoso, quando una donna il suo figliolo gli portò per predir a lui il futuro, con questi versi a lei si rivolse:
“Badi bene a non vedersi, molto non vivrà, se si vedrà”.
La madre del figliolo prese a schernirlo con male parole. “Che razza di indovino sei tu! – fece la donna – Che predici cose stolte e vuote!” E ridendo di lui se ne andò, senza saper la triste sorte che il figlio in fasce attendeva. 
L'indovino immobile restò ad osservare le fiamme che ardevano nel braciere. 

  

La sorte fa i suoi scherzi
A dispetto del destino
Che vorremmo riservato
Lieto e grato ai nostri cari.
Badi bene a non specchiarsi
Questo giovane fanciullo
O di certo dal suo viso
Distaccarsi non potrà!

Siete solo un vecchio stolto
Che la sorte vi punisca
Questo figlio è il mio vanto
La mia gloria e vanità
Se l’avreste fra le braccia
Da cullare dolcemente
Forse ora non parlereste
Mi volete spaventar!

Narciso, questo era il nome del fanciullo, crebbe e divenne così bello da divenir al mondo la più bella fra le creature viventi.
Madre Natura ci mise tutto il suo impegno, ogni bellezza, e se c’era una qualità ai molti sconosciuta, state pur certi che al bel Narciso tale qualità non faceva difetto.
E a Natura, s’aggiunse infine Amore, facendo del suo meglio per render più amabile il suo viso, donandogli una dolcezza vaga che se donna a lui s’avvicinava, ecco che ella dalle sue labbra pende, disperata.
Narciso aveva circa quindici anni, e assai spesso per i boschi vagava, in compagnia di amici, sempre in caccia di cervi o di cinghiali, e solo a quelli pensa e inosservate al suo sguardo le fanciulle gli passavano accanto ammirando il suo aspetto, e lodandolo invano cercando di carpir la sua attenzione.
Un giorno eccolo che torna dal bosco, stanco ed affamato, senza respiro per il gran correre fatto, e con le gote arrossate. E questo altro non fa che altra bellezza aggiunger al suo viso di già bello di suo.
Così, passò sotto a una torre, e la figlia del re della città proprio in quel mentre appare alla finestra e lo vede.
Danae era il nome della fanciulla, e di certo a Tebe, fra le dame non ve n’era di più belle di lei. Guardò il giovane e lo vide fiero, nobile, bello, saldo nel petto, le braccia ben fatte e forti, le dita lunghe e sottili, e nella sua persona, nei suoi gesti non c’è nulla che alla fanciulla dispiaccia.
Lo guarda immobile finché esce dalla sua vista. Amore già guarda da quella parte, la vede esitare e lancia un dardo. 
 
 

venerdì 11 marzo 2011

Capitolo Quattro: State forse litigando?


“Ora ascolta - disse il pavone -  e fa tesoro, menar vanto di qualcosa che si ha, come fece il bel Narciso di se stesso, non è certo segno di virtù e sapienza.” 
La volpe nulla disse, e con animo tranquillo s’apprestò ad ascoltare, limitandosi a pensare ciò che non trovò forza di dire. 
“Parli solo per invidia – pensò – la mia coda è e resta la più bella che ci sia!” 
Fu allora che dalle acque del laghetto, dimenando a pelo d’acqua la sua lunga coda, apparve un coccodrillo. 



Con quell’aria animata 
Sembra quasi una questione 
Lunga assai da dipanar.. 
Se volete un mio consiglio 
Prima ancora di parlare 
State attenti a mascherare 
Quella vostra vanità!

Già vi salva che ho mangiato 
Quattro anatre, e un ranocchio 
Poi un paio di salmoni 
Devo dir che eran buoni. 
Se così non fosse stato 
Ora già v’avrei mangiato 
Quindi fatemi il favore 
E non fatemi arrabbiar... 

“Di che state discutendo voi due” prese a dire spalancando le fauci mentre usciva dall’acqua prendendo posto in mezzo loro. 
“Di bellezza, e di code!” – fece la volpe saltellando di qua e di là dimenando la sua coda con la sua solita vanità. 
“Di code e di bellezza!” – ribadì agitando la sua coda il coccodrillo schiaffeggiando l’acqua “Non è di certo la bellezza che conta in una coda.. ma la forza!” E giù un altro colpo a schizzar d’acqua da tutte le parti. 
“E buon per voi che ho già fatto colazione, altrimenti già avrei deciso la questione che tanto v’agita”. 
Richiuse le fauci con un secco rumor di denti che a sentirlo bene, chiunque con un briciolo di senno a gambe levate se ne sarebbe di già scappato. 


“Fate dire a me allora e abbiate pazienza d’ascoltar con attenzione ciò che ho da raccontar” – fece il pavone apprestandosi a riprendere il racconto.

giovedì 10 marzo 2011

Capitolo Tre: Chi si loda s'imbroda

Poi fu il turno di uno scoiattolo. Anche lui convinto di sfidar la coda della volpe, se ne uscì dal bosco quasi urlando: “Quando volete veder una bella coda, guardate qua!”


E dandole le spalle iniziò a dimenar la coda a più non posso.
La volpe colta da un riso irrefrenabile iniziò a rotolarsi a terra dalle risate, e rise tanto, ma così tanto che per poco non le scesero le lacrime dagli occhi.
“Che ha la mia coda che non va?” stizzito lo scoiattolo le chiese.
“Oh, nulla nulla” trattenendosi dal ridere gli rispose la volpe “solo che ...non so se mi spiego, guarda qui!” E ancora prese a lisciare la coda, che per altro a guardarla bene era davvero bella.
“Crescerà! Oh si.. se crescerà!” rispose lo scoiattolo scappando ancora verso il bosco.
E insomma, più passava il tempo e più animali arrivavano e più lei, la volpe, trovava da ridire sulle loro code striminzite.
Quando meno te lo aspetti però, e pensi di aver già la vittoria in tasca, ecco che l’imprevedibile non capita mai a caso e tutto va storto o quasi.


“E di questa che ne pensi?” fece un pavone, giungendo al lago con la sua coda variopinta!


[Pavone]                E di questa che ne pensi
Vanitosa di una volpe
Forse tu faresti bene
A non vantarti così
Chi si loda poi si imbroda
E nei guai ti metterai
Prima o poi tutti quanti
Se ne andranno via da te

[ Volpe]                   Certo, certo la tua coda
Si la vedo è assai bella
Mille occhi sembra avere
E non posso qui negare
Che assai bella da guardare
Non ho nulla da obiettare
Ma la mia se mi permetti
Vale sempre e assai di pù...

La volpe a bocca aperta rimase, ammirando la maestosità di quella coda. Tuttavia trovò da ridir qualcosa.
“Certo, per esser bella è bella. Mille occhi sembra avere, e non posso negare che starei ore ad osservarla! Ma... prova un po’ a richiuderla, e vedrai da te che poco ci manca che sembri una ramazza.”
Non si scosse per nulla il pavone e di certo non scappò come tutti gli altri. Anzi, si avvicinò alla volpe e prese a parlarle con una calma e un tono da maestro, che la sciagurata quasi si pentì d’aver parlato.
“Ora non fare la modesta – disse spavaldo il pavone – la tua coda nulla o quasi ha da invidiar alla mia, ma non ha occhi! Non vede nulla e sembra cieca. Con questa invece – proseguì vantandosi il pavone – posso veder cose passate, presenti e future.”
Restò incredula la volpe a questa affermazione e proprio nulla gli veniva in soccorso per ribattere, sicché zitta se ne restò e lasciò che a parlare fosse lui.

mercoledì 9 marzo 2011

Capitolo Due: Non lodarti così tanto

Inutile dire che la sua simpatia era alquanto scesa fra la popolazione del bosco. Il troppo menar vanto spesso fa sì che soli si rimanga. Così aveva preso a parlar da sola e tutti la prendevano per matta, anche se matta di certo non era, povera volpe!
V’era, nel boschetto dove la volpe viveva, una piccola radura circondata da alberi, seminascosta alla vista dei viandanti, e al cui centro un bel laghetto era spessissimo frequentato dagli abitanti del bosco: daini, cerbiatti, uccelli di ogni genere e molti altri ancora, e ovviamente anche da volpi.
Una mattina d’estate, la volpe si svegliò presto, stranamente felice per il bel sole che già splendeva nel cielo e al laghetto si avviò.
Giunta che fu sulla riva dello specchio d’acqua, nessuno vi trovò a farle compagnia.
“Dormiglioni!” pensò mentre faceva la toeletta rinfrescandosi il viso con l’acqua del lago.
Non passò molto tempo che pian piano il laghetto si animò di altri animali.
Per primo ecco che giunse un orso, placido e guardingo, con quel piccolo mozzicone di coda nascosto dal folto della sua pelliccia. 

 
“E quella sarebbe per caso una coda?” – prese a dire la volpe con un velo di malizia sul viso – “Guarda un po’ la mia ... questa si che è una coda..”
L’orso brontolò qualcosa che solo gli orsi potevano capire e non fece nemmeno caso alle parole della volpe. Semplicemente passò oltre, e dopo aver bevuto, sparì nel folto del bosco. Svolazzando ecco che giunse una gazza ladra. Nera e bianca e con un becco nero come la pece.


“Non lodarti così tanto” esordì l’uccello. “Ho visto code più belle della tua” esclamò saltellando attorno alla volpe.
“Più bella della tua, vorrai dire!” rispose la volpe  lisciandosi amorevolmente la coda “ci vuol assai poco a rimediar qualcosa di meglio di quelle quattro penne spelacchiate!” E fra di loro presero a battibeccare.
 

(Gazza)                    Non lodarti così tanto
Io ne ho viste di migliori
Lunghe lunghe e colorate
D’ ogni tipo di color
 
(Volpe)               Se per te quella è una coda
Molto ancora hai da imparare
Vai pure a farti un giro
Vola via lontan da me

 
(Gazza)                   Sei soltanto vanitosa
Non lodarti inutilmente
La modestia ti difetta
Prima o poi ti pentirai



(Volpe)                    Non mi metterai paura
Con le tue parole sai?
Che la tua sia solo invidia
E’ una santa verità

La gazza risentita fece un giro attorno a lei e poi se ne volò via.

martedì 8 marzo 2011

Capitolo Uno : C'era una volta un Re...


C’era una volta un Re, molto annoiato. Seduto su un sofà, mandò a chiamare la sua serva per farsi raccontare una storia. "Oggi sono molto annoiato, mia cara serva - disse il Re sbadigliando - raccontami una bella storia che la voglio imparare a memoria". Prontamente la serva si mise a raccontare.

C'era una volta un Re
Seduto sul sofà!!
Che disse alla sua serva
Raccontami tutta una storia
che la voglio imparare a memoria
e la storia cominciò!
 C'era una volta una volpe.....


Direte voi, una volpe? Ma le storie, di solito, non iniziano con c’era una volta un Re?
Ebbene, avete proprio ragione, ma questa storia inizia così! C’era una volta una volpe. Ed era pure molto vanitosa, come quasi tutte le volpi. Si chiamava Caterina e si vantava pressoché con tutti della sua bellissima coda. Lunga e di un bel colore rossiccio, che terminava con uno spruzzo bianco, ma tanto bianco da sembrar appena steso col pennello da un pittore.

La sua coda era il suo vanto. E non perdeva mai occasione di compiacersi agli occhi degli altri animali: “Ammirate, ammirate – diceva quando incontrava qualcuno per il bosco – ammirate la mia splendida coda! Di eguali certo non ce ne sono... e guai a voi se osate sporcamela!”


Su, su forza ammirate
La mia coda lunga e folta
Si lo so siete invidiosi
Di più belle non ce né.

Io vi vedo quando passo

Che sbirciate di nascosto
Solo che non ammettete
Quanto male vi fa star.

Ma badate che l’invidia

Certo è cosa che non va!
Ora statemi a guardare
La mia coda dimenar...

La volpe Caterina

Un giorno Mattia mi portò a fare un giretto nel parco giochi vicino a casa sua. Che bel posto! Quanti alberi e fiori, e c'era perfino un bel laghetto con le papere. Era la prima volta per me che vedevo delle papere e loro credo anche, almeno a giudicare da come mi guardavano incuriosite. Starnazzavano e nuotavano facendo una gran confusione.
Mattia si era portato una piccola barca a vela che aveva costruito ed era smanioso di vederla navigare sul piccolo specchio d'acqua del lago. Così mentre guardavamo il vento divertirsi a gonfiare la sua piccola vela mi venne in mente una storia bellissima. La storia della volpe Caterina e di quel che successe alla sua bellissima coda per colpa della sua vanità.



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Questo racconto si ispira liberamente a un classico della mitologia antica, ovvero la storia di Narciso e in particolare a una delle sue versioni più poetiche, Il lai di Narciso.